Lo stigma sul ciclo mestruale ha una doppia faccia (e devono essere abbattute entrambe)

Proprio così, lo stigma sul ciclo mestruale ha una doppia faccia, ed entrambe devono essere abbattute perché negativamente impattanti sulla vita e la salute mentale delle donne. In questo articolo, la nostra contributor Claudia Schergna fa il punto chiedendosi come, in che modo, e a partire da quali stereotipi, si possa intervenire per smantellare questo tabù.

Quello mestruale è l’unico sangue che non è sintomo di malessere o non è generato da violenza, eppure è ancora quello che genera più imbarazzo e disgusto. Un concetto che fa riflettere ma che, in un mondo plasmato per servire gli uomini (e con un vocabolario medico creato da uomini, una catalogazione – di ciò che è lecito nominare e ciò che non lo è – stilata da uomini), non sorprende poi tanto.

Non è né un segreto né una novità che le mestruazioni e tutto ciò che ne consegue siano un tabù ben radicato e quasi invalicabile. O forse dovremmo chiamarle “cose”, come quando si chiede chiede ad una donna se abbia “le sue cose” perché la si vede nervosa? Genererebbe forse meno imbarazzo? In Austria, la chiamerebbero “la settimana delle fragole”, in Sudafrica il concetto verrebbe espresso alludendo a una tale “nonna bloccata nel traffico”, in Brasile basterebbe dire di essere con un certo “Chico” per non urtare la sensibilità di nessuno. Ci è stato insegnato un vero e proprio linguaggio in codice per propagare e difendere l’idea che avere il ciclo mestruale sia tutto sommato qualcosa di cui vergognarsi e tenere per sé.

Ciclo mestruale: la doppia faccia dello stigma

Lo stigma sul ciclo mestruale ha però due facce. Una donna con le mestruazioni è vista di buon occhio purché non ne parli. Una donna senza mestruazioni ha qualcosa che non va. Un uomo con le mestruazioni subisce attacchi di transofobia su base quotidiana mentre è costretto a comprare prodotti marcati come “igiene femminile”. Per non parlare delle persone non binarie.

In una società patriarcale, binaria ed etero normata che non ha ancora accettato che le donne cis gender sanguinino una volta al mese e non se ne vergognino, il concetto che avere il ciclo non significhi essere donna e viceversa è un boccone troppo grosso da mandare giù. Ogni cultura ha una serie di miti riguardo alle mestruazioni, collegati per la maggiore a varie credenze religiose. Dall’essere sporche al portare cattiva fortuna, passando per l’attirare gli squali: le donne sono storicamente rimaste confinate in casa durante il ciclo mestruale e in molte culture ancora lo sono per via dell’accesso limitato ai servizi igienici e ad adeguati prodotti sanitari, nonché alla poca se non mancata informazione. Ed essere confinate in casa non è nemmeno il peggior scenario: in Nepal la tradizione del Chaupadi, richiede che le donne dormano fuori dalla casa familiare durante le mestruazioni. Sebbene la pratica sia stata abolita nel 2017, i casi sono ancora molti e hanno visto la morte di una ragazza nel 2018.

Ciclo mestruale: l’impatto sull’istruzione

Queste problematiche mettono le donne in una posizione di incredibile svantaggio, a partire dall’istruzione. Al mondo, una scuola su tre non ha servizi igienici per gli studenti, né acqua corrente. Action Aid ha stimato che 1 ragazza su 10 rimane a casa invece che andare a scuola durante i giorni di ciclo mestruale, e che le donne tendono a restare assenti per una media di giorni che varia dal 10 al 20% durante un anno scolastico. Ma lasciamo stare la mentalità colonialista che sembra vedere questo tipo di problemi solo nelle culture considerate arretrate o primordiali. L’esclusione femminile dalla società è molto più vicino a casa di quanto possiamo immaginare.

Pensiamo solo per un attimo alla narrativa collegata al dolore mestruale. La convinzione che le donne abbiano ricevuto il dono della fertilità, e per questo debbano soffrire, l’approccio che vede crampi mestruali, emicranie e dolori muscolari come qualcosa di completamente normale che ogni donna, o persona con un ciclo mestruale, deve imparare ad accettare, fanno sì che ritardi e mancate diagnosi di malattie dell’apparato riproduttivo, siano all’ordine del giorno. C’è un’altissima probabilità che una persona che si rechi dal ginecologo lamentando dolori collegati al ciclo mestruale venga mandata a casa con un paio di Tachipirine, una pacca sulla spalla e – se proprio proprio – la pillola anticoncezionale.

Ciclo mestruale: lo stigma sul dolore

Mentre il sanguinamento durante le mestruazioni andrebbe normalizzato, ciò che non è normale e andrebbe indagato sono i dolori. No, non è normale soffrire per cinque o più giorni di ciclo mestruale ogni mese. No, non è normale doversi imbottire di antidolorifici e antinfiammatori. E no, non è normale che la vita lavorativa, sociale o accademica di una persona con il ciclo mestruale venga da esso compromessa. Tentativi di sensibilizzazione sull’argomento sono iniziati a sorgere dove ormai tutte le battaglie sociali hanno luogo: Instagram. Celebrità e influencers con diagnosi di disturbi e patologie dell’apparato riproduttivo hanno iniziato a divulgare le proprie esperienze personali per normalizzare ed incentivare la conversazione.

Giorgia Soleri, modella ed attivista, con quasi 400k followers, pubblica moltissimi contenuti informativi sulle sue malattie – l’endometriosi, l’adenomiosi e la vuvodinia – raccontando il difficilissimo percorso che ha portato alla diagnosi. Le patologie sopra citate sono tutt’altro che rare e sottovalutabili. L’endometriosi, per esempio, colpisce il 10% delle donne in età fertile. I sintomi includono dolori pelvici cronici e debilitanti, durante il ciclo mestruale e danni alla fertilità. Troppo spesso però le pazienti vengono trattate come “ipocondriache e bugiarde” come denuncia Soleri nel post condiviso dopo la sua recente operazione chirurgica.

Nel 2018, Lena Durham ha raccontato del suo intervento di isterectomia all’età di 31 per fermare gli insopportabili dolori causati dall’endometriosi. Nel suo toccante articolo per Vogue Magazine, Durham ammette di aver sempre desiderato di rimanere incinta ma – con quel tipo di dolori – non sarebbe stata in grado di essere madre.

Marzo mese endometriosi

Lo stigma legato alle mestruazioni in occidente va ben oltre l’andare in bagno con la borsetta o sussurrare all’orecchio quando si vuole chiedere un assorbente ad un’amica. Basti pensare alla tassazione dei prodotti sanitari e assorbenti. Sebbene qualcosa si stia muovendo con Paesi come la Scozia (che ha deciso di rendere gli assorbenti gratuiti) ed altri che hanno abolito la tampon tax, tassando gli assorbenti come beni di prima necessità al pari di pane e latte, sono ancora troppe le persone che non si possono permettere gli assorbenti.

Il 10% delle persone intervistate in un sondaggio condotto da Plan International UK riguardo la period poverty nel Regno Unito ha risposto che non si poteva permettere di comprare gli assorbenti ogni mese. Il 15% ha detto di aver fatto fatica a comprarli e il 14% di averli chiesti alle amiche. Per ogni donna come Soleri e Durham ce n’è una che soffre mensilmente di endometriosi, che non lo saprà mai e non verrà mai curata correttamente. Per ogni assorbente che arrotoliamo, ci sono migliaia di donne che ricorrono a tessuti, se non polvere o sabbia per tamponare il ciclo mestruale, che le porteranno a soffrire, tra le altre cose, di gravissime infezioni. Ogni volta che usiamo espressioni come “le mie cose”, ci sono donne trans a cui viene chiesto perché non abbiano il ciclo, uomini trans che comprano assorbenti in mezzo ad un mare di sguardi giudicanti, donne e uomini che non sono liberi di vivere la propria identità di genere in maniera serena e sana.

Marzo mese endometriosi

Per ogni post, articolo e commento, per ogni hashtag #freeperiod, ci sono centinaia di donne che ancora non si sentono sicure a parlare delle proprie mestruazioni, dei propri dolori, dei propri problemi legati al ciclo. Per ogni occhiataccia lanciataci perché osiamo parlare di assorbenti in pubblico senza arrossire o sussurrare, ci sono migliaia di donne che non ne hanno accesso e vivono il ciclo mestruale come una malattia invalidante e più che come una naturale funzione corporea. Riflettiamo.

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