La conquista dell’emancipazione femminile nella storia della lingerie

“Bruciate i corsetti!”: questa esortazione – destinata a scrivere un capitolo fondamentale dell’emancipazione femminile nella storia della lingerie – fu esclamata dall’attivista Elizabeth Stuart Phelps nel 1873. Il suo invito a “fare un rogo” di ciò che per anni aveva costretto l’addome e il torace delle donne in una dimensione innaturale per i propri corpi fu un passo essenziale (ed embrionale) per il femminismo odierno. E fu motivato – tra l’altro! – non solo dal bisogno di respirare fuori dalle costrizioni dei corsetti: “Fatelo per la vostra emancipazione – proclamò Elizabeth Stuart Phelps. – Perché vi assicuro che questa ha inizio da questo momento in poi”.

Queste celebri citazioni giungono da uno studio accurato che la giornalista Carey Dunne ha condotto per Fast Company in merito all’emancipazione femminile nella storia. “È il femminismo che dobbiamo ringraziare se oggi indossiamo una lingerie confortevole”, spiega l’autrice. E guai a darle torto: come lei stessa sottolinea, una mostra tenutasi presso il Fashion Institute of Technology di NY chiamata Exposed: A History of Lingerie ha portato all’interno del museo oltre 70 pezzi di intimo femminile per tracciare il percorso evolutivo della lingerie. La libertà degli anni ’60 (di cui alcuni principi sono portati avanti ancora oggi al grido di #freethenipples) fu il risultato di un lungo processo iniziato alla fine dell’Ottocento. Il corsetto vittoriano era ormai diventato l’emblema del patriarcato: costringeva le donne ad assumere la forma di una clessidra in nome di un’allure erotica prestabilita, ignorando persino il rischio di eventuali danni alla pelle così come agli organi interni.

Emancipazione femminile e storia della lingerie

Cosa è accaduto successivamente nella storia della lingerie ce lo racconta poi un altro step fondamentale nell’emancipazione femminile. La decade degli anni ’20 del Novecento vide il palesarsi di un nuovo fenomeno: “Le donne indossavano la lingerie per compiacere i propri mariti – spiega Carey Dunne – perché il matrimonio era ciò che era più in voga a quel tempo”. Questa visione è condivisa anche da Colleen Hill, designer della mostra del FIT di New York: “Nel primo Novecento, la lingerie raffinata era vista come un fattore cruciale della vita amorosa e, per estensione, fattore cruciale di un matrimonio felice”. Nulla era quindi scandaloso, purché compiacesse l’uomo. Ma quanto si sentiva realmente a proprio agio la donna nell’intimo femminile che indossava? E soprattutto, quanto quei capi di lingerie erano realmente affini al proprio stile e alla propria personalità? Chi era la donna quando indossava l’intimo?

L’emancipazione femminile nella storia ci insegna che queste domande iniziarono presto a generare nuove consapevolezze. Ci volle tempo, certo. Ma, a partire dagli anni ’50, iniziarono a essere gettati i semi di quella che Colleen Hill richiama alla nostra memoria come la fase della “liberazione sessuale”. Le donne erano ormai stanche di costringere i propri seni in reggiseni tutt’altro che pratici e che non assecondavano l’anatomia femminile: si pensi, ad esempio, ai reggiseni a proiettile degli anni ’40 e ’50 (in foto, sopra, indossato da Marylin Monroe). La liberazione sessuale però stava già instillando la sua rivoluzione, lasciando che le donne cominciassero ad additare da sé la lingerie indossata fino a quel momento come obsoleti strumenti patriarcali. Si ribellarono, si liberarono e si riappropriarono dei propri corpi in nome di tutte le donne. Di quelle che erano venute prima e di quelle – come noi – che sarebbero venute dopo.

Federica Caiazzo
Communication Executive at Chitè Milano. Managing Editor of the Lover's Journal.

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