Mettersi in topless al mare, tra scandali e femminismo, desta ancora scalpore. Perché?

Sono oltre 4 milioni i post che su Instagram rispondono all’hashtag #FreeTheNipple, ed è esattamente questo grido di battaglia – all’insegna del movimento di liberazione del corpo femminile – che nasce oggi una nuova rubrica sul magazine Chitè. #FreeTheNipples vuole raccontare momenti storici fondamentali nell’evoluzione del femminismo, e soprattutto provare a fare il punto della situazione su quello che sembra essere ancora oggi un argomento estremamente controverso a metà strada tra pudore e libertà delle donne: mettersi in topless al mare.

Abbiamo già parlato a lungo del fatto che il seno non è un tabù: amarlo, celebrarlo, rispettarlo e apprezzarlo in tutta la sua essenza è il passo fondamentale per vivere con serenità e sicurezza il rapporto personale con il proprio corpo. Eppure, cos’è che rende ancora a tanti (e tante) la vista dei capezzoli qualcosa di impropriamente “osceno”? Si prendano ad esempio le regole di Instagram: le linee guida del social media vietano la pubblicazione di fotografie con capezzoli a vista. E non parliamo di foto che sottintendono (o palesano) una mercificazione del corpo femminile tale da essere un’esplicita dichiarazione di sessualità. Parliamo soprattutto di nudi artistici, di scatti professionali in cui il capezzolo non è altro che un dettaglio in un quadro assai più generale che mira essere la celebrazione più pura del corpo femminile. Potrebbe sogghignare a tal proposito l’audience maschile: ovvio che no, al maschio alfa tale discorso può non dispiacere affatto. Ma prima di cadere in inutili tranelli (che un po’ sessisti in fin dei conti lo sono), cerchiamo di capire bene cos’è che del topless infastidisce ancora oggi la società.

Storia del topless

Mettersi in topless al mare è reato? No, d-art.it riporta che in Italia non esistono leggi specifiche e che – nella maggior parte dei casi – è necessario appellarsi al proprio buon senso e al contesto in cui ci si trova. Tuttavia, reato o no che sia, resta un discorso che merita di essere affrontato e cioè la condizione di disagio provata da chi in spiaggia si ritrova davanti una donna seminuda. Persino Rihanna, ai CFDA Awards del 2014, chiese alla giornalista che la stava intervistando se i suoi capezzoli a vista sotto un abito di cristalli la stessero in qualche modo mettendo a disagio. Interessantissima è la riflessione innescata ancora una volta da d-art.it: in un certo senso, #FreeTheNipples potrebbe essere solo la reazione (esplosiva) a un processo di involuzione avvenuto in passato. Pare infatti che solo a partire dal VII secolo le donne islamiche avessero iniziato a coprire il seno (a seguito della diffusione della religione). “In Indonesia – aggiunge la fonte, – le donne iniziarono a coprire il seno nel 1200, anche lì in coincidenza con la diffusione dell’Islam”. Nell’India che fu prima dell’avvento dell’Islam, invece, coprire il seno era “un simbolo di appartenenza ad alcune caste”, come quella dei brahamini (la casta religiosa) e dei kshatriya (i guerrieri).

Storia del topless


Ma veniamo a tempi più recenti. Oggi il topless è diventato strumento (e simbolo) della lotta femminista: era il 1964 quando la modella Peggy Moffit indossò negli USA il primo monokini firmato dal designer Rudi Geinrich. Il suo gesto fu illegale, eppure – sempre negli USA – gli uomini avevano conquistato già dal 1936 la libertà di stare in pubblico a torso nudo. Solo due anni prima, nel 1934, l’industria cinematografica di Hollywood aveva azzardato producendo il film It Happened One Night in cui l’attore Clark Gable destò scalpore comparendo a torso nudo. Ma come poteva tutto ciò essere considerato scandalo se, solo duecento anni prima, le donne aristocratiche francesi (si pensi anche a Paolina Bonaparte) erano solite non solo mettere in mostra i capezzoli ma persino scurirli con un make-up ad hoc affinché trasparissero da sotto i loro vestiti?

Oggi questo discorso lascia certamente il tempo che trova. Mettersi in topless al mare continua a generare reazioni controverse, stupore, apprezzamenti e reazioni WOW (queste ultime, solo per gli amatori del corpo femminile). Una verità di fondo (forse) neppure esiste: giusto o no che sia, ciò che importa è mettersi in topless sentendosi a proprio agio piuttosto che per ostentare qualcosa di sé. Madre Natura ha dotato le donne di un corpo e, per quanto ognuno di questi sia unico nel suo genere, di base sono proprio tutti uguali. Sì, ma una domanda resta: se a qualcuno dà fastidio il topless? Ben venga. Ma che si giri pure dall’altra parte. 

Federica Caiazzo
Communication Executive at Chitè Milano. Managing Editor of the Lover's Journal.

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