La Primavera di Botticelli, riletta da Carlotta Vagnoli, è l’invito alla rivalsa femminile (che volevamo sentire)

Imponente e meravigliosa nelle sale degli Uffizi di Firenze, La Primavera di Botticelli è di certo un’opera conosciutissima. Ma avete mai pensato di rileggerne lo storytelling come un invito alla rivalsa femminile? Credeteci, delle parole di Carlotta Vagnoli abbiamo davvero bisogno. Tutte. Toscana, classe 1987, Carlotta Vagnoli è autrice, sex columnist, content creator e attivista. Particolarmente sensibile al tema della violenza di genere, porta avanti lezioni sul tema come volontaria nelle scuole italiane dal 2018. Ex bartender (pare sia stato proprio il bancone il suo primo palco) parla tantissimo e se si tira su le maniche vuol dire che sta per abbattere qualche stereotipo senza troppi giri di parole. Dopo aver già parlato di violenza di genere qui sul Lover’s Journal, Carlotta Vagnoli torna oggi con un nuovo intervento esclusivo per la community di Chitè. E leggerlo – fidatevi – sarà ILLUMINANTE.

La Primavera di Botticelli riletta da Carlotta Vagnoli

Ah, la primavera: quel periodo dell’anno in cui tutto fiorisce, le maniche si accorciano, le gambe implorano di essere liberate da strati di tessuto pesante, il sole pezza le ascelle e la vita (e gli ormoni) iniziano a riprendere colore. È, tra tutte le stagioni, quella che più simboleggia la rinascita, la ripartenza, il risveglio e la trasmutazione: la rivoluzione fatta a trimestre. Da secoli viene interpretata da poeti (da Virgilio a Carducci e Pascoli, da Ungaretti a Quasimodo passando per Garcia Lorca ed Hesse), pittori (come vedremo) e scultori (l’Eterna primavera di Auguste Rodin venduta a cifre inimmaginabili) in modi iconici e riconoscibilissimi. Complice la narrazione poetica – e vagamente stereotipata – della primavera, abbiamo sempre pensato ad essa in modo giocoso, romanticizzato, anche davanti a veri e propri simboli che così giocosi non sono.

Qual è infatti il simbolo per eccellenza di questa stagione? L’iconografia più famosa, riconoscibile, universale di celebrazione della rinascita? Esattamente: La Primavera del Botticelli.

Dipinta a tempera su una grande tavola di 203x313cm, l’opera d’arte di Sandro Botticelli, nata per essere esposta nella villa medicea di Castello e conservata al Museo degli Uffizi, risale al 1478 (si stima). È forse uno dei simboli per eccellenza del Rinascimento e con esso (e la casata medicea a cui era destinato) condivide appunto il significato di rinascita, fioritura, prosperità. Ma l’analisi dell’opera – che procede da destra verso sinistra – in base alla sua originaria collocazione, ci rivela che forse, quel personaggio che da secoli abbiniamo alla rinascita, proprio rinascita non è. Anzi: il significato della rinascita del soggetto principale, Flora stessa, è inquietante e violento.

La Primavera di Botticelli: perché Zefiro rapisce Flora?

Sul lato destro dell’opera infatti troviamo la figura di Zefiro, il vento, che rapisce la ninfa Clori. L’atto si può evincere dall’espressione di lei, spaventata, che non si aspetta affatto questa cosa. In varie interpretazioni e ricostruzioni storiche da Ovidio alle letture dell’opera di Botticelli si legge che Zefiro la rapisce per “troppo amore” e la mette incinta, trasformandola così da ninfa in Flora, personificazione della stessa primavera. Durante il rapimento stesso si vedono già dei richiami di ciò che diverrà Clori: ventre ampio, fiori che le escono dalla bocca e dai capelli. La terza figura, Flora, è proprio Clori dopo questo ratto ai fini di matrimonio.

Dipinta come idilliaca, questa operazione era un vero e proprio modo coercitivo con cui sposare una donna che non voleva convolare a nozze. Il ratto al fine di matrimonio era infatti una procedura piuttosto comune fino al 1981 (paura, eh?) e consisteva nel rapimento della donna – spesso minorenne – che veniva stuprata e sovente messa incinta e poi, per riparare alla lesa moralità la si costringeva a convolare a nozze. Questo impediva alla donna di essere tacciata di disonore e di essere allontanata dal nucleo familiare e sociale che la circondava.

Dalla Primavera di Botticelli al caso eclatante di Franca Viola

Il caso italiano più eclatante fu quello di Franca Viola, rapita e violentata dal suo aguzzino, che si rifiutò di sposarlo. Fu uno scandalo e il processo fu duro e provante per lei e la famiglia. In un lavoro di Maria D. Rapicavoli, The Other: a familiar story del 2020 per la Rubin Foundation di New York (in foto sotto), ho avuto l’onore di seguire e contribuire alla stesura del testo della installazione video che parla proprio di questo tema, del ratto ai fini di matrimonio e della necessità di smettere di romanticizzare il passato quando si parla di rinascita e validazione connettendoli ad una violenza di genere che veniva perpetrata e appoggiata perfino dalla legge.

E questo è un punto fondamentale a mio avviso nella rilettura di tantissime iconografie che per secoli abbiamo subito passivamente come simboli di validazione e rinascita. Vanno collocate e contestualizzate nel momento in cui vennero fatte, analizzandone la natura alla base e il significato che, per forza di cose, sarà diverso da quello che è a noi contemporaneo.

Flora dunque assume un valore di rinascita antico e abusante, che ha ben poco a che fare con il senso romantico che continuiamo a leggere nel dipinto del Botticelli. E la primavera che auguro sempre a tutte le persone è di rinascita personale, di rivalsa, di autocelebrazione. Leggere le opere con ottica contemporanea ci aiuta a depotenziare simboli che crediamo positivi ma che di positivo hanno ben poco. E questa credo che sia, in definitiva, la vera libertà che ogni primavera dovrebbe portarci.

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Gli stereotipi di genere secondo Carlotta Vagnoli, capitolo #1

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