Basta slut-shaming. Capiamo cos’è e perché smettere (tutti e tutte)

Vi siete mai res* conto di aver definito qualcuna “una ragazza facile”, quando il vero motivo per cui vi sentivate di insultarla non aveva nulla a che fare con la sua condotta sessuale? O vi siete mai trovat* a giudicare la vita sessuale di qualcuna solo per poi rendervi conto che non vi riguardava affatto? Sì? Non preoccupatevi, è successo anche ai migliori. E la ragione per cui è così comune è molto semplice: il linguaggio con cui ci esprimiamo, l’educazione che abbiamo ricevuto, i valori che ci sono stati trasmessi, sono intrinsecamente sessisti e misogini. Ma questa non è una scusa, non possiamo semplicemente adagiarci e lasciare che accada ancora e ancora. Dobbiamo fare del nostro meglio per cambiare questo atteggiamento, anche se questo significa essere le femministe rompiscatole della situazione. 


Slut-shaming vs “non si può dire niente”

Ora, so cosa qualcuno potrebbe pensare: un altro articolo sulle parole proibite. Ve lo giuro: non esiste nessuna dittatura del politicamente corretto e non c’è nessuno là fuori il cui lavoro consiste nel sorvegliare tutto ciò che esce dalla bocca della gente. La parola “puttana” non sarà cancellata dai nostri vocabolari dalla sera alla mattina. “Let’s create a world where ‘slut’ doesn’t even make sense as an insult” (Creiamo un mondo in cui “puttana” non ha nemmeno senso come insulto) è uno dei motti della creatrice del progetto UnSlut, Emily Lindin (segue il trailer). Il mondo di cui parla Lindin non è un posto poi così utopico e fantastico, è semplicemente un mondo abitato da persone che selezionano consapevolmente il loro linguaggio. Per l’appunto, persone che continuano a usare parole come “puttana”, ma con il suo vero significato piuttosto che come una sorta di subdolo insulto. Non sarebbe fantastico?

Slut-shaming: cos’è?

Lo Slut-shaming è definito come “la critica a una donna per qualsiasi forma di comportamento sessuale che viene disapprovata, come avere più di un partner sessuale o indossare abiti sexy”. È probabilmente il modo più meschino che gli uomini hanno per insultare le donne, trattarle con paternalismo e ribadire che, per loro, non sono più che oggetti sessuali. È un modo per farle sentire sottomesse al loro potere, o almeno per sentirsi loro stessi al comando, sentirsi dominanti, proiettare le proprie insicurezze. Perché, siamo onesti, spesso la dice di più lunga della persona che fa slut-shaming, che non della vittima. 

Slut-shaming: uomini e donne possono fare fronte comune?

Ma come spesso accade in questi casi, non sono solo gli uomini ad attaccare e insultare le donne: è molto più complicato di così. Se fosse questo il caso, probabilmente gli uomini non avrebbero la possibilità più remota di riuscire a intimidire le donne. Fa male anche solo scriverlo ma, a volte, i peggiori nemici delle donne sono altre donne. E spesso non direttamente per colpa loro, non perché si odino e sicuramente non perché amino il patriarcato. 

Le donne spesso fanno fatica a unire le forze e finiscono per fare slut-shaming tanto quanto gli uomini, per due motivi principali: perché la cultura patriarcale è così interiorizzata, infiltrata nella nostra società e nel nostro linguaggio che è difficile rendersi conto di cosa sia misogino, e perché le donne sono spesso messe nella posizione di dover competere tra loro per avere successo sul posto di lavoro, nell’ambiente accademico, nella vita sociale e così via. 

The UnSlut Project: il bullismo sessuale messo nero su bianco (e su pellicola)

Quando Emily Lindin ha creato il progetto UnSlut, era appena entrata in possesso di alcuni suoi diari di quando era adolescente. Leggere quelle pagine, piene di dolore, rabbia e frustrazione, le ha fatto capire che qualcosa doveva essere fatto. La sua storia è un racconto devastante pieno di disinformazione sul sesso, bullismo, cattivi genitori, cattive amicizie, mascolinità tossica e puro, mero sessismo. 

Come lei stessa spiega, lo slut-shaming può avere molte facce diverse, e non si limita al dare della “puttana” a qualcuno. Dal victim blaming, per esempio quando una foto di nudo viene rubata e condivisa sui social media, al deridere la pratica sessuale di qualcuno perché è “strana”. Dall’adottare un doppio standard quando si tratta di sesso, parlando in modo diverso di ragazze e ragazzi, all’insinuare che una donna si stia vestendo bene solo per impressionare un uomo. Anche non difendere un’altra donna quando è vittima di slut-shaming, può essere considerato a sua volta slut-shaming. Non è sempre ovvio e intuitivo, ma fa sempre male. Molto male.

Nelle pagine del suo libro UnSlut: A Diary and a Memoir, e nel suo film UnSlut: A Documentary (seguono copertina e trailer), attraverso interviste a donne la cui vita è stata distrutta dallo slut-shaming e dal bullismo, Lindin si rivolge a tutte le donne, perché è sicura che tutte loro possono ricordare episodi in cui sono state vittime, testimoni o colpevoli di slut-shaming, momenti in cui hanno dovuto reprimere la propria sessualità o in cui quest’ultima è stata usata per denigrarle.  

La copertina del libro “UnSlut: A Diary and A Memoir” di Emily Lindin

Ogni donna affronta esperienze di questo tipo fin dalla più tenera età. I ragazzini e le ragazzine imparano parole come “troia”, “puttana”, “zoccola” prima ancora di capire cosa sia il sesso. Spesso non ricevono un’educazione sessuale soddisfacente, vengono bombardati da rappresentazioni ingannevoli del sesso nei media, nei film e nei libri, che ritraggono le donne come corpi desiderabili e mai desideranti, corpi che non hanno la facoltà di decidere di voler fare sesso, ma solo il dovere di dar piacere agli uomini. 

Slut-shaming: come smettere

Il primo passo per smettere di fare slut-shaming è parlare. Non aver paura di essere una guastafeste se senti i tuoi amici fare dello slut-shaming per divertimento. Sii la persona polemica e determinata a smantellare questo tabù: potrebbe farti sentire a disagio, ma ne varrà la pena!

E stai attenta a te stessa. A volte è più facile guardare agli sbagli altrui che riflettere sui propri. La prossima volta che ti succede di riferirti a una donna con la parola con la P, o la T, come una facile, una sgualdrina, prova a pensare se quello che stai facendo è davvero criticare la sua condotta sessuale. Se la risposta è no, allora prova a pensare a quale altra parola potrebbe essere più appropriata e ragiona su come la tua scelta sbagliata di insulto abbia potuto ferire l’altra persona.

Se invece la risposta è sì, allora chiediti: sei veramente così critica sulla sua sessualità, o la stai solo attaccando su quell’aspetto perché è più conveniente per te? Perché sai che il sesso è in qualche modo il tallone d’Achille di molte donne? Sei gelosa, frustratə, condizionata dalla società patriarcale? E soprattutto, perché mai ti senti chiamata in causa? 

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