Gli stereotipi di genere secondo Carlotta Vagnoli, capitolo #1

Il Lover’s Journal ospita oggi la firma di Carlotta Vagnoli per parlare di stereotipi di genere e innescare nuove riflessioni sulla scia della campagna di sensibilizzazione contro la violenza di genere lanciata da Chitè questo mese (al grido di “Io sono le donne”). Toscana, classe 1987, Carlotta Vagnoli è autrice, sex columnist, content creator e attivista. Particolarmente sensibile al tema della violenza di genere, porta avanti lezioni sul tema come volontaria nelle scuole italiane dal 2018. Ex bartender (pare sia stato proprio il bancone il suo primo palco) parla tantissimo e se si tira su le maniche vuol dire che sta per abbattere qualche stereotipo senza troppi giri di parole.

Gli stereotipi di genere secondo Carlotta Vagnoli, capitolo #1

Ho sempre avuto una certa attitudine a sovvertire le cose precostituite. Non per mera affiliazione alla ribellione, quella fase che associamo all’adolescenza è per fortuna durata poco. Lo faccio perché, da sempre, ho come il sospetto che tutte queste codificazioni sociali ci nascondano un sacco di meravigliosi divertimenti in più, la famosa “scala dei grigi” che, per colpa della stereotipizzazione di genere, non riusciamo mai ad ammirare del tutto.

Infatti gli stereotipi di genere nascono in un’ottica ben precisa, ovvero quella di far emergere dei pregiudizi verso tutte quelle persone che si discostano dalla rigida schematizzazione del binarismo di genere. Con un po’ più di concentrazione però possiamo vedere una cosa affascinante: nessuna persona è realmente ligia ad uno stereotipo: vogliamo esserlo, proprio per paura di incorrere in discriminazioni, giudizi e preconcetti che ci escluderebbero in modo quantomeno crudele da un ipotetico gruppo di appartenenza. Già, perché chi sviluppa caratteristiche ed inclinazioni personali in nome del principio dell’autodeterminazione viene subito bollato come elemento di rottura, di outsider, di “freak”. Perciò, durante lo sviluppo cognitivo dell’essere umano, non è raro -anzi- sentirsi dare “della femminuccia” se si è persone emotive, o del “maschiaccio”, che ad oggi rimane una delle offese più terribili per ogni bambina che cresce con l’ideale preconfezionato del diventare una principessa Disney con vestito di tulle e tiara luccicante.

Ci sono offese che invece servono ad eliminare ed allontanare le persone che non appartengono al binarismo di genere, a chi non segue le codificazioni morali relative alla sessualità e alla vita di relazione, a chi si veste in modo non conforme all’immaginario che questi stereotipi impongono. In ottica binaria, infatti, i maschi vestono di blu e le femmine di rosa: questa distinzione sui colori è la prima che i bambini recepiscono, in tenerissima età, e che permette loro di distinguere con praticità i maschi dalle femmine. Subito dopo si sviluppa una divisione per genere di vestiti e acconciature: l’altro giorno, il bambino di una mia amica, di 6 anni e dalla splendida ed achillea lunga chioma bionda, è stato schernito dai compagni di classe per aver usato il bagno dei maschi. Alla sua domanda, pura quanto dolorosa, sul perché stessero ridendo di lui, la risposta è stata: “Quelli con i capelli lunghi devono usare il bagno delle femmine”. Ahimè niente di nuovo.

Succedeva anche ai miei tempi, nei primissimi anni ’90. Avevo in classe un bambino che amava mettere le mary jane, scarpe che sono state associate all’idea di femminilità fin dalla loro creazione. Inutile dire quanto il bimbo fosse vittima di angherie e scherno. Ma questo è un punto fondamentale della riflessione “a voce alta” che mi ritrovo a fare qui con voi: ci hanno infatti insegnato che i vestiti hanno genere, quando non esiste cosa meno veritiera di questa. Un uomo transgender indossa reggiseni e binder, le donne usano completi di taglio “maschile” e gli uomini amano il rosa. Ci sono persone che sono agender e limitare la loro personalità sulla base della scelta di un capo di abbigliamento precodificato è svilente quanto ingabbiante.

Diventa dunque rivoluzionario iniziare a liberare i vestiti dalle loro stesse identificazioni, proprio come sta facendo il movimento americano che incita gli studenti di sesso maschile o che in esso si identificano ad indossare le divise scolastiche con gonna e calzettoni alti per ribaltare questa claustrofobica selettività. Ma anche l’esercizio che molti insegnanti stanno facendo fare ad alcune classi delle elementari, invitando tutt* a vestire con calzini spaiati per abituare alla diversità, alla assenza di una dicotomia tagliente, alla libertà. Già, la libertà.

Proprio per la libertà ho sempre amato vedere le cose in funzione del soggetto e in che relazione potessero entrare con il mio corpo anziché preoccuparmi del costrutto sociale da cui dipendono: camicie enormi, completi che addett* alle vendite mi sconsigliavano “perché molto maschili”, assenza totale di reggiseno e una passione smodata per i boxer da uomo, sia come intimo che come pantaloni per uscire. È funzionale alla mia persona, un modo individuale di vedere un oggetto, di poterlo adattare al mio corpo senza dovermelo per forza far andare bene, un desiderio di non vedere un genere là dove genere non esiste.

Penserete sia riduttivo associare la libertà individuale anche ai capi di abbigliamento ma qui devo controbattere questa tediosa idea intrusiva: come dicevo prima infatti, la codificazione dei vestiti in base al genere influisce pesantemente nella sopravvivenza degli stessi stereotipi gender related. E l’abbigliamento rientra nelle famose “fonti secondarie” da cui un individuo si nutre per sviluppare una propria identità (le primarie sono famiglia e scuola, tra le altre secondarie troviamo media, social media e appunto tutte quelle codificazioni di costume come queste). Per questo è importante iniziare a depotenziare i ruoli di genere anche dall’uso dell’abbigliamento.

Non sei effemminat* se porti un vestito e non sei un maschiaccio se metti dei boxer. Sei tu, e hai appena scelto come autodeterminarti in un bellissimo ed essenziale atto di liberazione quotidiana.

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